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la miniera

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                       LA MINIERA
                       e la sua storia  
 
 
 
 La storia della miniera di Raibl affonda le sue radici in epoca pre-romana. 
Alcuni ritrovamenti, infatti, lasciano presupporre che già 800 anni prima di Cristo ci fosse un' attività di tipo estrattivo, seppur ridotta agli strati superficiali della futura miniera. 
 
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Testimonianze della presenza di una via di comunicazione verso l'est europeo che attraversava la valle sottostante il Monte Re, rafforzano l'ipotesi di un qualche genere di attività estrattiva anche in epoca romana. 
Nel 1400 iniziò lo sfruttamento intensivo dei minerali (piombo e zinco).
La miniera, conosciuta in Europa fin dal 1540 (esportazioni di piombo a Venezia ed in Spagna), ebbe un'evoluzione vivace ed altalenante, con cali di produzione, divieti di esportazione, cambi di concessionari, redditività talora scarsa e talora superiore a quella della stessa Bleiberg, al cui distretto minerario fu aggregata e poi nuovamente separata.
 
 
filmato storico del maggio 1940      
        
Nel periodo precedente alla dominazione francese, ovvero tra il 1550 e il 1800 le miniere di Cave furono gestite in maniera esemplare dalla famiglia austriaca Rechbach.
La miniera nel 1919 passò all'Italia e fu chiusa nel 1991, quando i vertici della Sim (Società Italiana Miniere) ne disposero la chiusura per motivi economici.
 
La galleria di Bretto 
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La miniera ha scritto anche pagine di storia:  infatti, a 240 metri al cosiddetto livello zero, corre la galleria di Bretto, cinque chilometri scavati nel 1905 che sbucano nell’alta valle dell’Isonzo, a Log pod Mangartom (appunto, Bretto in italiano), in quella che oggi è Slovenia, realizzati per incanalare e far defluire le acque delle gallerie sovrastanti.
Ebbene, lungo questa galleria – qui era territorio austroungarico, ma territorio di prima linea – nel corso della Prima guerra mondiale vennero fatti passare, non visti dalle vedette italiane appostate sui monti tutt’attorno, le migliaia e migliaia di soldati tedeschi che poi permisero all’esercito dell’imperatore di sfondare a Caporetto: l’idea venne a un giovane ufficiale germanico, Erwin Rommel, al tempo ufficiale degli Alpen Korps e più tardi noto come la “volpe del deserto”. I numeri relativi all’utilizzo da parte dell’esercito della galleria sono impressionanti: nel 1915 seicento corse del trenino sotterraneo avevano permesso il trasporto di 32.120 soldati, nel 1916 10.939 corse e 144.755 soldati, nel 1917 21.946 corse e 270.015 soldati, nel 1918 33.495 corse e 446.890 soldati.
 
Oltre a, complessivamente, 240 mila tonnellate di viveri, munizioni e altri materiali.alt
 
Il traffico attraverso la galleria si svolgeva 16 ore al giorno: al fronte giungevano unità fresche, nel senso contrario venivano trasportati i feriti. 
La zona di Log/Bretto divenne così zona militare con numerose baracche di legno e magazzini.
C’era l’ospedale e i militari bosniaci costruirono pure una piccola moschea. Dinanzi all’uscita della galleria venne costruita un’autentica stazione ferroviaria e vi fu montato un trasformatore.
I dirigenti della miniera, con Cave sotto il tiro dell’artiglieria italiana, spesso pernottavano a Log/Bretto negli edifici di fronte alla galleria: come veicolo usavano un vagoncino più comodo, del quale usufruivano pure gli alti ufficiali durante le loro visite al fronte.
 
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Ma come era questa galleria?
Lo racconta Darinka Pirc in una testimonianza sulla Grande Guerra raccolta da Camillo Pavan e citata dal sito internet www.camillopavan.it/Grande_guerra/Alto_Isonzo/retrovie.htm. Ebbene, ricorda la Pirc, che abitava a Bovec/Plezzo e che utilizzava il trenino sotterraneo per andare a trovare il papà soldato che arrivava a Tarvisio da Arnoldstein dove era di stanza, che “si entrava nella galleria sotto il lago di Predil/Raibl (Rabeljsko Jezero) e si usciva giusto a Log pod Mangartom/Bretto. Per entrare bisognava prendere l’ascensore che utilizzavano anche i minatori; era tutto in ferro, come un grande cesto di ferro, e con quello si scendeva giù nella terra per due-trecento metri. Io avevo tanta di quella paura che gridavo come una matta, perché era tutto scuro, ma nero, nero. Finita la discesa con l’ascensore si imboccava la galleria con il trenino. E anche qui gridavo e gridavo, perché non si vedeva niente. Solo a un certo punto, sarà stata la metà della galleria, c’era una piccola luce, che illuminava la statua di Santa Barbara, patrona dei minatori”.
E oggi, qua sotto, al tredicesimo livello, 240 metri di profondità, si trova quello che forse è l’unico posto di confine sotterraneo al mondo: una piastra di marmo indica la frontiera e una barriera meccanica (un carro che monta un intreccio di putrelle) impedisce il passaggio, rubricato dagli atti ufficiali dell’Accordo di Udine tra Italia e Jugoslavia come valico di Seconda categoria, transitabile solo con il “lasciapassare”, la famosa – da queste parti – “prepustnica”. Era, di certo, il più singolare punto di contatto tra Est e Ovest negli anni della “Cortina di ferro”, anche se il confine tra Italia e Jugoslavia perfino qua sotto, nelle viscere della terra, è sempre stato, tutto sommato, un confine molto “aperto”. Quando veniva utilizzato (un tempo per permettere ai lavoratori sloveni di raggiungere la miniera anche quando le strade in superficie erano bloccate dalla neve, negli anni più recenti solo più per i lavori di manutenzione) si doveva chiamare la Guardia di Finanza. Attenzione, però: guai a dimenticarsi di avvertire i graniciari in servizio a Log Pod Mangartom. Vedendosi sbucare qualcuno dalla galleria (il portale in pietra con la scritta “Gluck Auf”, “buona fortuna”), avrebbero sicuramente sparato! Con l’ingresso della Slovenia in Schengen anche questo posto di confine è stato aperto (si fa per dire: ormai viene utilizzato solo più per i lavori di manutenzione). E lì, all’uscita della galleria sul versante sloveno – appunto, a Log pod Mangartom, sulla strada che da Bovec/Plezzo sale verso il confine – l’epopea della miniera è ancora oggi raccontata da una serie di interessanti pannelli che ne riassumono la storia, oltre che, proprio come a Cave, da un reperto storico, un antico trenino usato per “correre” in quella galleria. L’ingresso della galleria è sulla sinistra salendo da Bovec/Plezzo: appena entrati in paese si vede sulla sinistra una anconetta dedicata a Santa Barbara. Si imbocca la stradina e dopo un centinaio di metri si è arrivati.
 
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